Un pellegrinaggio pieno di problemi - Graziella Martina - Editori Vil Razza Dannata

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La traduzione che ho realizzato è una versione ridotta e proprio per questo il lavoro richiesto è stato molto maggiore. Si è trattato infatti, innanzitutto, di effettuare una scelta accurata dei passi più interessanti. L’abbreviamento dei tre volumi originari del Pellegrinaggio che, secondo me, nessuno avrebbe mai letto, ha comportato mesi di elaborazione.  Inoltre, il percorso dell’opera è stato tormentato, drammatico e triste.
 
Antefatto - Incontravo l’editore nei pressi di piazza del Duomo a Milano. Tre ore e mezza di  viaggio per me, venti minuti per lui. Notoriamente, in zona ci sono molti bar eleganti, dei caffè con ampi dehors dove sarebbe stato possibile sedersi e parlare con tranquillità delle bozze in preparazione. Purtroppo, però, questi locali sono un po’ più cari e al VeroStingy questa cosa non piaceva affatto. Mi ero offerta più volte di pagare io le consumazioni pur di stare lì, ma lui non aveva accettato. Cominciava allora il vagabondaggio per il quartiere, alla ricerca di un bar sufficientemente dimesso ed economico. Per me andava bene qualsiasi posto, non avevo esigenze particolari se non quella di avere uno spazio sufficiente a permettermi di  tirare fuori i fogli dalla mia borsa capiente e di sistemarli sul tavolo. Confesso che dopo decine di volte in cui mi dovevo contorcere in minuscoli interstizi, in mezzo a tavolini abbarbicati l’uno all’altro, cominciavo a essere un po’ stufa.
C’è stata dunque un’ultima volta in cui le mie contorsioni non sono più bastate e non sono riuscita a pescare il CD che mi serviva dal fondo della borsa. Ero sicura che c’era ma, non potendo tirare fuori il contenuto della stessa per mancanza di spazio, non sono riuscita a recuperarlo. Quando, tornata a casa, ho svuotato la borsa e l’ho ripescato, non mi sono trattenuta dallo scrivere una mail dal tono irritato all’editore.  Errore grave! La vendetta del VeroMean si è subito abbattuta su di me. Mi ha scritto di cercarmi un altro editore per il Pellegrinaggio di Burton, lui non lo avrebbe pubblicato.
 
Mi sono sentita venir meno. Il lavoro di un anno, le rinunce, l’assistenza ridotta a mia madre sacrificata alle lunghe ore passate al computer, venivano ripagati in questo modo. Mi sono umiliata – io che sono così orgogliosa – per cercare di convincerlo a recedere dalla sua assurda decisione. Per fortuna ci ha ripensato e ha pubblicato il libro, seppure in una edizione talmente miserabile da essere ridicola. Quando l’avevo mostrata alla responsabile della casa editrice Neri Pozza che era presente allo stand del Salone del Libro di Torino del 2010, ne aveva ricevuto uno sguardo di scherno. A parziale consolazione c’è il fatto che, malgrado quella casa editrice continui ad avere sui siti di vendita l’info dell’imminente pubblicazione della traduzione integrale del libro di Burton, con il titolo Diario del mio pellegrinaggio alla Mecca, il tomo non è ancora stato dato alle stampe. Il volume  avrebbe dovuto avere un peso di gr. 650 e 448 pagine. Al confronto, la mia abridged version appare una cosa meschina! Per fortuna però, pur tra le difficoltà, essa ha visto la luce, mentre la loro edizione integrale risulta in stand by da quasi dieci anni.  


                  
 
Telefonate odiose - Ne ho ricevute diverse, ne racconto una per tutte. Era dicembre, mi trovavo a Roma per la mostra del libro. Erano circa le 20 ed ero appena rientrata in hotel quando il cellulare si è messo a suonare. Non ho quasi fatto in tempo ad accostarlo all’orecchio che un uomo all’altro capo ha cominciato a berciare qualcosa in un italiano stentato, intercalato da termini arabi. Urlava che Burton non solo era entrato in luoghi vietati agli occidentali, ma che si era permesso di portare via un pezzo della Kaaba. Cercavo di dirgli che quest’ultima cosa non era vera, ma non avevo modo di inserirmi nel suo monologo sconclusionato. Ho deciso quindi di chiudere quella telefonata che non aveva alcun senso e che mi causava molta ansia. Un altro spavento l’ho avuto la mattina dopo. Erano le 7 e stavo posando sul letto gli abiti per la giornata. C’era solo l’abat-jour acceso e, quando ho alzato gli occhi verso la finestra, ho visto nel buio un uomo dal fisico massiccio, con una barba enorme e una specie di vestaglia nera, che guardava dentro la stanza nella mia direzione, facendomi dei segni. All’altezza della finestra della stanza dell’hotel in cui mi trovavo  c’è un grande terrazzo e quell’energumeno si trovava proprio lì sopra, non sapevo perché.  Sono scesa di corsa alla reception a riferire l’accaduto al portiere di notte. Siamo risaliti insieme e abbiamo scoperto che questo gigante, evidentemente non molto furbo, uscito sul terrazzo per fumare una sigaretta, si era chiuso alle spalle la porta che dà sulle scale, non apribile dall’esterno. Non fosse stato per la telefonata della sera precedente non avrei dato peso alla cosa, ma non potevo sapere se questo individuo, che ho poi scoperto essere un arabo, non fosse da mettere in relazione con quella chiamata malvagia, una delle tante che ho avuto…  

 
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